Denaro
Soldi, ricchezza, finanza... hanno un lato (e un uso) umano? Sì. Giuseppe Ronzoni, educatore finanziario, ce lo spiega
Grana. Contante. Capitale. Gruzzolo. Pecunia. Baiocchi. Cocuzze. Dindi. Quattrini. Verdoni. Denaro. Quello che separa i ricchi dai poveri. Ma cos’è il denaro? È tutto se non ne hai, giusto? Meta degli adulti americani, ha più debiti da carta di credito che risparmi. Il 25% non ha alcun risparmio. E solo il 15% della popolazione riesce a versare i contributi per almeno un anno di pensione. Questo che cosa ci dice? Che la classe media sta scomparendo o che il sogno americano è morto? Ma non stareste ad ascoltarmi, se l’ultima ipotesi fosse vera. Io credo che molte persone abbiano una concezione distorta del denaro. È solo un’unità stabilita per beni e servizi? 3 dollari per un gallone di latte? 30 dollari per tagliarti il prato? Oppure è qualcosa di astratto? Sicurezza o felicità, pace interiore. Vorrei proporvi una terza opzione: il denaro è uno strumento di misurazione. La triste realtà è che la quantità di denaro che si accumula nella vita non dipende da chi è al governo, dall’economia, dallo scoppio della bolla immobiliare, dalla sfortuna o dagli eventi, ma dall’etica lavorativa americana, quella che ci ha reso la nazione più potente al mondo. Si tratta di contrastare l’opinione dei media sulle caratteristiche di un buon genitore: di saltare la partita di baseball, il teatro, il concerto… perché hai deciso di lavorare e investire nel futuro della tua famiglia. E di assumerti la responsabilità per le conseguenze delle tue azioni. Pazienza, parsimonia, sacrificio. In fin dei conti cosa hanno queste tre cose in comune? Sono scelte. Il denaro non dà la pace interiore, il denaro non dà felicità, il denaro è nella sua essenza la misura delle scelte di ogni uomo.
Questa versione cinicamente realistica di che cosa sia e a che cosa serva il denaro è il monologo iniziale della serie Ozark, pronunciato dal protagonista Marty. Consulente finanziario di successo, vive con la propria famiglia a Chicago e si diletta a riciclare denaro sporco per i cartelli della droga messicani. Quando le cose cominciano ad andare male, si trasferisce con la moglie e i due figli in un villaggio turistico nelle Ozark Mountains del Missouri, convincendo il boss messicano Del Río che qui si possano riciclare facilmente grosse somme di denaro.
Quella di Marty è dunque la versione, seppure cinica, profondamente realistica del denaro oggi quando re e tiranni sono stati sostituiti dai un ristretto pugno di ricchissimi tecnocrati.
Ma c’è anche un’altra versione di che cosa sia e a che cosa serva il denaro. La versione umana che l’economia civile ci propone da secoli. Una versione reale, perché esiste e viene messa in pratica, seppur in modo non sistemico. Quanto però è realistico che possa diventare la versione ufficiale?
Per attuarla servono Umani. Tanti. Tantissimi Umani che ci lavorino e che facciano massa critica. Uno di loro l’ho intervistato per Ma che Razza di Umani qui: Giuseppe Ronzoni, educatore finanziario.
Ma prima di scoprire insieme a lui il lato umano del denaro, diamo un’occhiata come al solito alle etimologie.
DENARO
Dal latino denarius, aggettivo di nummus “moneta”. Deriva da deni che significa “a dieci a dieci”, originario di “moneta del valore di dieci assi”. Era infatti l’unità monetaria romana di base. Denaro dunque nasce da un numero, da una misura, da una quantità. Un’origine semantica contabile e funzionale.
SOLDO
Dal latino tardo soldus, forma di solidus (moneta d’oro del tardo Impero romano) con il significato di “intero, fatto tutto dello stesso materiale”. E non è un caso che dal soldo derivi soldato: il soldo era in origine la paga militare e “essere al soldo di qualcuno” significava militare al suo servizio. I soldi, letteralmente, comprano fedeltà e obbedienza.
RICCHEZZA
Ricchezza deriva da ricco che a sua volta deriva dal longobardo rihhi a indicare colui che possiede denari, beni, sostanze e in genere mezzi di sussistenza in misura maggiore di quanto occorra per vivere in modo normale (si oppone, quindi, direttamente a povero). La radice è proto-indoeuropea: reg che significa “muoversi in linea retta”, da cui si sviluppano termini che indicano “guidare, governare”. Primo di tutti: re. Quindi “ricco” in italiano deriva da “potente, sovrano”, non da “abbondante” o “prospero”. La ricchezza, nella sua radice più profonda, significa potere.
In questo caso l’origine etimologica non è propriamente umana, per lo meno nel senso che piace a noi. Non significa però che anche l’uso debba seguire la parabola etimologica che è materiale, contabile e impositiva.
Il valore umano del denaro
Giuseppe Ronzoni è un educatore finanziario. Non un consulente, non un venditore di prodotti. Un educatore. E questa differenza cambia tutto, come ci spiega:
La ricchezza vera non è il denaro. È fatta di beni e servizi, di tutto ciò che le persone possono utilizzare per migliorare la propria vita: una casa, cure mediche accessibili, cibo, istruzione, tempo libero di qualità. Più una società è in grado di produrre queste cose e renderle accessibili a tutti, maggiore è la sua ricchezza reale. Quella che si tocca, si utilizza, si vive.
Per arrivarci servono produzione e scambio. Ed è qui che entra in scena il denaro: uno strumento che l’umanità si è data per facilitare lo scambio, per consentire alle persone di trasferire valore nel tempo e nello spazio.
Ma questa magia non funziona da sola. Perché il denaro sia accettato e usato, è necessario un ingrediente fondamentale: la fiducia. Il denaro è una promessa. Una promessa che ciò che oggi accettiamo in cambio del nostro lavoro potrà essere utilizzato domani, altrove, con qualcun altro. Quando la fiducia svanisce, il denaro si disintegra.
La ricchezza vera non è ciò che accumuliamo nei conti correnti, ma ciò che una società è in grado di rendere disponibile ai suoi cittadini. Il denaro è potente, ma solo perché collettivamente gli attribuiamo significato.
L’educazione finanziaria
Giuseppe è un educatore finanziario e la parola finanza facilmente fa rizzare quantomeno i peli delle braccia. Partiamo allora dalla sua etimologia:
Finanza
deriva dal latino finis “fine” con la terminazione provenzale -anza. Veniva usata anticamente nel senso di termine, cessazione, confine di stato, quietanza finale. La finanza, etimologicamente, è dunque ciò che conclude, che chiude, che porta a termine. Una transazione, un accordo, un debito saldato. C’è dentro l’idea di compimento, non di accumulo infinito.
La finanza non crea valore. Non produce case, scuole, ospedali. Sposta il denaro dove serve, quando serve, affinché qualcuno possa costruire qualcosa di reale. Quando funziona bene è una collaborazione: l’impresa ottiene capitale per crescere, il risparmiatore partecipa alla creazione di valore. Il problema è quando smette di essere uno strumento e diventa un fine. Quando il denaro si muove solo per produrre altro denaro, senza toccare mai la realtà.
La finanza in pratica finalizza il denaro che non è solo uno strumento di calcolo, ma un flusso di relazioni e di simboli. Perciò solo umanizzando la finanza possiamo imparare a gestirla senza subirla.
Ecco allora dove sta la differenza tra la consulenza e l’educazione… finanziaria:
L’educatore finanziario è prima di tutto un professionista della relazione. Sa ascoltare, sospende il giudizio, riconosce la singolarità di ogni persona e sa trasformare una visione del futuro in un progetto concreto. Solo dopo viene il “finanziario”: le competenze tecniche sul mercato del lavoro, sul debito sostenibile, sulla previdenza, sul risparmio.
Ma la vera sfida è tenere insieme queste due anime. Perché parlare di denaro in Italia non è affatto scontato. La sfera economica è avvolta da un forte senso di pudore: ogni sguardo esterno viene vissuto come un’invasione della privacy. Per questo l’educatore finanziario lavora con persone molto diverse, dai ragazzi nelle scuole agli anziani nelle università della terza età, e in tutti i casi deve essere tecnico senza smettere di essere umano. La parte che ancora manca è una normalizzazione della sua presenza in tutti quei contesti con una intenzionalità educativa: scuole, servizi sociali, comunità, famiglie.
Il denaro è una promessa collettiva. Funziona solo se ci crediamo insieme. E allora la domanda che lascio è questa: nella nostra vita il denaro è uno strumento o è diventato il fine? E soprattutto: qualcuno ci ha mai insegnato a usarlo in modo umano?


