Parole vere
Il cammino di Alberto Abbà fra terre mutate e persone che cambiano il mondo con la gentilezza
Quante volte cerchiamo le parole giuste? E se invece servissero parole vere?
Alberto Abbà è convinto di sì. E ha convinto anche noi.
Responsabile raccolta fondi grandi donatori e lasciti in Fondazione L’Albero della Vita, Alberto è un umano assai interessante. Uno che dona attenzione e pensiero ai suoi donatori non in funzione delle loro donazioni, ma in assonanza con una missione molto chiara: vivere in modo umano. Nulla di romantico né di retorico. Piuttosto la scelta di un mestiere che è anche una vocazione, e che mette Alberto in cammino.
A noi di Ma che Razza di Umani piace stare al suo passo, e così gli abbiamo chiesto di regalarci le sue parole umane. Parole vere. Ci ha detto che le ha trovate camminando. Noi le ritroviamo nel suo libro Cammino delle Terre Mutate che Alberto ha scritto dopo aver attraversato a piedi le zone colpite dai terremoti del 2009 e del 2016: Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto, Norcia, fino all’Aquila.
«Avrebbe potuto chiamarsi il cammino dei terremoti, ma terremoti avrebbe connotato ancora una volta quei luoghi come sfortunati. Per sempre immaginati sotto le macerie. Mutate, invece, racconta qualcosa che era in un modo e poi è diventato altro. C’è un prima e c’è anche un dopo».
Mutate invece di terremotate. Una parola che restituisce dignità e possibilità di cambiamento.
Dice che quei luoghi non sono solo il loro dolore. Proprio come noi, ogni volta che la vita ci attraversa con qualcosa di imprevisto. E proprio come il non profit che ha nel suo DNA la vocazione alla trasformazione per il bene comune. Scegliere mutate invece di terremotate «è un altro modo di dire, di raccontare, di vivere, di restituire il cambiamento come trasformazione».
Cosa ci salva da un terremoto?
Questa è la domanda che Alberto scopre di avere addosso lungo il cammino. La legge sui volti delle persone che incontra, ma «non puoi mica arrivare da uno sconosciuto e dire: ciao, sono Alberto, cos’è che ti salva da un terremoto? Ti prendono per un pazzo». Eppure arrivare a piedi, da solo, con uno zaino pesante in spalla e la polvere della strada in faccia, crea prima una curiosità e poi, man mano che ti avvicini, una disponibilità all’accoglienza. Ci si conosce e ci si riconosce. E nasce una fiducia che spesso diventa intimità.
«Durante le conversazioni non prendevo appunti, non mi sembrava il caso. Poi di notte, o durante le pause del cammino, scrivevo quello che avevo ascoltato, cercando di rimanere fedele alle parole esatte, al tono di voce, al senso di quello che avevo ricevuto. Perché quelle parole erano un dono. Erano parole vere».
Le risposte raccolte sono tutte diverse. C’è chi è stato salvato dalla comunità, chi da un orto, chi dall’amore per un animale. C’è chi è rimasto in luoghi come Arquata del Tronto — passata da 1.200 a 400 abitanti — perché aveva qualcuno di cui prendersi cura, e quella cura lo ha tenuto in piedi. C’è chi era legato alle cose materiali e, quando sono rimaste sepolte, è rimasto sepolto anche lui. Ma c’è anche chi ha detto che da un terremoto non ci si salva.
Quest’ultima risposta l’ha data un uomo che quella notte aveva cercato sopravvissuti tra le macerie. Ancora oggi sente le loro voci. Alberto lo racconta con misura, quasi sottovoce: «Quella frase me la sono portata a casa come un monito: stare attenti a chi abbiamo vicino. Perché a volte nei nostri casini quotidiani siamo nervosi, rispondiamo male. E magari quella persona, in quel momento, è dentro il suo terremoto. Non lo sappiamo, certo. Ma potremmo almeno provarci a capirlo».
Oggi, a dieci anni dalla prima pubblicazione, Alberto continua a portare in giro il suo libro e ogni volta le persone vi si riconoscono. Non perché abbiano vissuto un sisma, ma perché ognuno ha il suo personale terremoto con cui fare i conti. «Un lutto, una malattia, un lavoro che manca o che non ci fa stare bene, un divorzio, una bocciatura… Ognuno veste la domanda con le proprie fratture». I terremoti aprono faglie: alcune si possono risanare, con altre si deve imparare a convivere. Ma si può scegliere come.
Come ci si salva da un terremoto?
Con la gentilezza. Come ha fatto Maddalena.
Un pomeriggio d’estate, durante il cammino, il telefono del lavoro squilla. Alberto è in ferie, ci pensa un po’, ma alla fine risponde. È Maddalena, una donatrice anziana che qualche tempo prima gli aveva scritto per dirgli che non avrebbe più potuto sostenere la Fondazione: doveva curarsi, forse entrare in una casa di riposo. Con una pensione minima, quel contributo mensile era stato per anni un gesto enorme e adesso non se lo poteva più permettere. Quel giorno Maddalena chiama Alberto per dirgli che è entrata in casa di riposo e che sta bene. Poi aggiunge, quasi con imbarazzo: «Non avevo nessuno a cui raccontarlo. Allora ho chiamato lei».
Quella telefonata racconta qualcosa di preciso sul lavoro del fundraiser. Non si tratta solo di raccogliere risorse. Si tratta di costruire relazioni vere.
E questo si fa con la gentilezza ci dice Alberto. «Intesa non come buona educazione, ma come gesto concreto, spesso silenzioso e invisibile». La signora Monica che prepara un cestino con tre brioche e un succo di frutta, perché il camminatore sarebbe partito all’alba. Una bambina che porta un bicchiere d’acqua agli operai sotto il sole estivo. Una donna anziana che zoppica sotto il peso della borsa della spesa e si ferma a raccogliere una lattina da terra per buttarla nel cestino. Nessuno la vede, tranne Alberto dall’altro lato della strada.
«Dieci anni fa ho imparato a camminare anche quando le luci si spendono, a continuare anche quando nessuno ti vede, ad affacciarmi sulle fratture». Una metafora perfetta di tutte le dimensioni del lavoro sociale che è un cammino «in cui dimensione della gentilezza dovrebbe essere la base nei nostri luoghi di lavoro. È forma che dà sostanza».


