Premio
A una settimana dall'edizione dei Milano NonProfit Awards 2026 che si è svolta in una delle periferie più discusse della città, ospiti di CSI Milano: Grazie!
Dal 2017 ci ritroviamo insieme per premiare e ringraziare chi, ogni giorno, opera per il bene comune sul territorio di Milano e Città Metropolitana. Prima con i Milano Storytelling Awards, ideati da Fabio Ranfi, e, da tre anni, con i Milano NonProfit Awards organizzati da Ma che Razza di Umani.
Sabato 18 aprile, oltre 100 persone - tra cui le 24 realtà premiate e 17 premiatori e premiatrici - si sono dati appuntamento al Selinunte Stadium, in una delle periferie più complicate di Milano. Ospitati del CSI - Centro Sportivo Italiano di Milano - che ogni giorno accoglie e accompagna i ragazzi e le ragazze del quartiere. Abbiamo così trasformato in teatro l’ex mercato comunale, restituendo quella bellezza frutto di una comunità che cura se stessa.
Anzitutto: Grazie a tutti, perché è stato un momento di speranza, così come ce la consegna Václav Havel nella sua poesia:
La speranza non è ottimismo.
La speranza non è la convinzione che ciò che stiamo facendo avrà successo.
La speranza è la certezza che ciò che stiamo facendo ha un significato.
Che abbia successo o meno.
Un significato che abbiamo incontrato dal vivo per un giorno, ma che il territorio incontra tutto l’anno. Ecco perché abbiamo desiderato premiare chi gli dà corpo e voce, traducendolo in azione. Ed ecco perché la parola umana che vi ho promesso in copertina è:
Premio
dal latino praemium, composto da prae- «pre-» + emĕre «prendere, acquistare», letteralmente significa: «ciò che è preso prima». Tradotto: rendere conto del valore generato. Nel nostro caso: rendere pubblico il significato umano del nostro agire.
E così si capisce anche quello che potrebbe sembrare un paradosso: Perché «preso prima», se il premio arriva dopo?
L’etimologia rimanda alla terminologia romana da cui deriva la parola; infatti il premio era ciò che veniva sottratto al bottino prima della spartizione. Quando un esercito conquistava una città, il generale o il soldato più valoroso riceveva una quota praemium prima che il resto venisse distribuito agli altri. Non era la ricompensa per aver combattuto: era il riconoscimento della superiorità del suo contributo, separato e distinto dalla logica della spartizione ordinaria.
Quindi il “prima” non riguarda il tempo rispetto all’azione, ma la posizione nella gerarchia del valore: il premio viene estratto prima, perché rappresenta qualcosa di qualitativamente diverso dal normale compenso. Sta davanti agli altri beni perché appartiene a una categoria superiore.
Ecco come l’etimologia aiuta a capire meglio quello che Stefano Zamagni dice da tempo, sottolineando la differenza:
Premio vs Incentivo
Il premio non è semplicemente una ricompensa tardiva per un servizio reso come fosse un salario differito. È un riconoscimento pubblico della eccellenza di un’azione che la colloca in una categoria separata dalla normale logica dello scambio. La distinzione tra premio e incentivo risale al giurista settecentesco Giacinto Dragonetti: l’incentivo è calcolato prima dell’azione per condizionarla, ricompensando il risultato misurabile, non la persona; il premio la consacra dopo, riconoscendone il valore intrinseco che esisteva già, indipendentemente da qualsiasi promessa di ricompensa.
La virtù civile ha bisogno di questo secondo tipo di riconoscimento. In quest’ottica qualunque tipo di lavoratore, per esempio, può venire gratificato, ossia valorizzato per il proprio impegno, superando la "sindrome delle basse aspettative". Perché il premio è stimolo e tensione al bene comune, premessa di un più vero e sostenibile sviluppo economico. Eppure le società moderne hanno sviluppato sistemi sofisticatissimi per punire i vizi (diritto penale, sanzioni economiche, esclusione sociale), ma non hanno costruito altrettanta architettura per premiare le virtù.
Per sostenere e alimentare le virtù civili Zamagni introduce una distinzione fondamentale: la meritorietà (il riconoscimento del contributo di ciascuno al bene comune) non coincide con la meritocrazia (la selezione darwiniana dei più capaci e produttivi). Ma per questo penseremo a un’altra puntata di Parole Umane…
Abbonamento premium
Ha la stessa radice del latino praemium, ma con un percorso semantico diverso, a partire dall’inglese commerciale e assicurativo del XVII-XVIII secolo. Qui premium inizia a significare la somma aggiuntiva pagata sopra il valore nominale di qualcosa, la quota extra che paghi per avere qualcosa di superiore o per garantirti contro un rischio (da qui premio assicurativo che in inglese è ancora oggi insurance premium).
È il prima che si sposta di significato: non è più «ciò che viene estratto prima della divisione”» ma «ciò che viene posto davanti in termini di valore», ossia ciò che eccede lo standard, che sta sopra la media. Non hai fatto nulla per meritarlo, ma lo compri. È esattamente il contrario del premio di Dragonetti e Zamagni.
La cultura di mercato ha preso la stessa radice latina e l’ha svuotata del suo contenuto civile. Ma noi possiamo sempre sceglie da che parte stare, cominciando a scegliere le parole più umane.


