Stakeholder
Non 'portatori di interessi', ma 'titolari di diritti e di bisogni'
Insieme a Fabio Ranfi e alla redazione Gen Z di Ma che Razza di Umani sono stata invitata - come moderatrice - all’incontro Economia civile: più sinergia per un impatto positivo. Una tappa del Salone Extra che nei mesi scorsi ha accompagnato verso la quattordicesima edizione del Salone della CSR e dell’Innovazione Sociale che si terrà del 6, 7 e 8 ottobre 2026 all’Università Bocconi di Milano, come sempre guidato da Rossella Sobrero.
Il titolo dell’incontro ‘gasa’ (come dice mia figlia quindicenne, riferendosi alle canzoni di Tony Boy) e ancor di più ‘hanno gasato’ gli ospiti che Rossella ha riunito in una tavola rotonda.
Li trovate tutti nella puntata speciale che chiude la seconda stagione di Ma che Razza di Umani qui.
Tra loro una Umana che proprio non ce la fa a usare parole non-umane. E, non so ancora come faccia, è in grado di argomentare in profondità senza fare pipponi e senza annoiare. Anche questo ‘gasa’ (spero più di Tony Boy).
Lei è Cristiana Rogate, fondatrice e presidente di REFE. E mi fermo qui, perché il suo curriculum è davvero lungo e occuperebbe un paragrafo intero. REFE è tra le primissime realtà in Italia ad occuparsi di management della sostenibilità, strategia e misurazione degli impatti ESG, comunicazione e coinvolgimento informato e consapevole di stakeholder, cittadini e consumatori.
E proprio in questa sintetica presentazione troviamo la parola (umana oppure no?) di questa puntata. Una parola ce mi ha sempre dato fastidio, anche se non mi ci sono mai soffermata molto. Cristiana ha dato un senso al mio fastidio e ha fatto un passo in più: ha proposto una soluzione. Ma cominciamo come sempre dall’etimologia (Nella libreria dell’ufficio di Cristiana campeggia un’ottima edizione del Dizionario Etimologico).
Stakeholder
stake = posta, somma scommessa + holder = agente da hold = tenere.
La parola stakeholder nasce nel 1708 nel gergo delle scommesse inglesi: indicava chi custodiva la posta quando si faceva una scommessa, quindi per definizione una terza persona disinteressata all’esito. È un’origine che stride parecchio con l’uso che ne facciamo oggi, perché nel management il termine ribalta completamente il significato: diventa un contronimo, visto che si riferisce a chi ha un interesse nell’esito. Questo salto semantico avviene a metà Novecento, quando la parola entra nel lessico aziendale per indicare chi ha qualcosa da guadagnare oppure da perdere in un’organizzazione. Da lì il termine si allarga fino a diventare, come lo intendiamo oggi, una categoria ampia: gli stakeholder sono letteralmente chiunque abbia un interesse in ciò che stai facendo, chiunque la cui vita o il cui lavoro siano influenzati dal tuo progetto o programma; un termine ombrello che tiene dentro sottogruppi molto diversi tra loro.
Cristiana fa una proposta che non posso che condividere, perché la traduzione italiana portatore di interessi riduce il rapporto tra le parti a una mera negoziazione contrattuale, trascurando la dimensione etica e sociale. Al contrario, il concetto originale implica una posta in gioco fondata sulla fiducia reciproca e sul rischio condiviso tra i soggetti coinvolti. Gli stakeholder dovrebbero essere visti dunque come titolari di diritti e di bisogni fondamentali, spostando l’attenzione verso un modello di economia sociale. In quest’ottica, la relazione si trasforma da un semplice scambio economico a un esercizio di responsabilità collettiva verso la comunità e le generazioni future. Perché solo superando la logica degli interessi particolari è possibile rigenerare il valore della corresponsabilità.
Di seguito la trascrizione dell’intervento di Cristiana Rogate che NON trovate nella puntata, ma che potete ascoltare nell’audio alla fine
«Stakeholder è una parola importante, ma è la traduzione italiana che mi lascia perplessa, perché rischia di essere forviante: portatore di interesse. Questo rischia di portare con sé una visione che non è coerente né con un modello di economia civile e sociale né con un modello di transizione sostenibile. Perché? Perché con stakeholder, se noi lo traduciamo come portatori di interessi, ci riferiamo a un rapporto che è tipicamente negoziale: Quanto mi dai, quanto ti do… L’interesse, invece, richiama anche altri elementi. E poi ci perdiamo l’elemento etimologico: stake significa posta in gioco, scommessa. Quindi, da una parte la traduzione italiana cancella il tema della fiducia e del rischio, dall’altra parte nega la vera sostanza degli stakeholder. Chi sono allora davvero gli stakeholders? Siamo noi, sono le persone. Ecco perché la traduzione corretta sarebbe: titolari di diritti e bisogni. È su questi che ci giochiamo la partita. Guarda caso, tutta la letteratura sull’economia civile e sulla sostenibilità non parla mai di interessi, ma di bisogni delle future generazioni, di diritti umani, di rispetto all’interno della filiera, di equità eccetera eccetera. In questo modo si passa da un rapporto negoziale, contrattualistico a un rapporto di responsabilità, quindi di capacità di rispondere dei cambiamenti prodotti dalle scelte, dalle decisioni e dalle azioni e dalle risorse investite, dal modo in cui ho messo a terra servizi, prodotti… verso coloro che hanno scommesso sulla fiducia reciproca. Tutti noi siamo titolari di diritti e bisogni quando entriamo in un supermarket e compriamo la carne, sperando che non abbiano cambiato l’etichetta o quando compriamo un giocattolino per nostro figlio e ci aspettiamo che non abbia la vernice tossica o quando andiamo in banca e versiamo i nostri soldi con la bandierina della pace sul nostro terrazzo e la banca li investe in armi… Il tema alla base è la corresponsabilità, frutto della fiducia reciproca».
E tu? E voi cosa ne pensate?


